Come vivono l'attuale crisi economica i giovani al di sotto dei 30 anni? La situazione appare complessa e di difficile soluzione, anche perché le ragioni che stanno dietro all'aumento della disoccupazione giovanile sono molteplici e non di rado annose. C'è chi dice che il problema riguardi la forma mentis dei giovani, visti come persone che vogliono trovare da subito un lavoro sicuro e di successo e che non hanno voglia di mettersi in gioco rischiando con l'autoimprenditorialità. A tal proposito, Bernard Van Steenberge, capo del personale della sede di Bruxelles di Michael Page, gruppo internazionale per il recruitment specializzato, definisce questa generazione di giovani come “consommateurs d'expériences” (consumatori di esperienze): complice la scuola, che non prepara adeguatamente gli studenti al mondo del lavoro e che non svolge la necessaria attività di orientamento, i giovani sarebbero troppo pigri, inclini alla comodità e poco propensi al rischio, primo fra tutti quello imprenditoriale. E questo nonostante il fatto che, nei periodi di crisi, si prospettino maggiori possibilità per le imprese nuove, giovani e creative, grazie allo spazio lasciato dalle realtà imprenditoriali magari più consolidate, ma che non sono in grado di fronteggiare adeguatamente il cambiamento in atto.
Viene tuttavia spontaneo spezzare una lancia a favore dei giovani, che raramente possono contare sulla disponibilità di risorse proprie e che sono penalizzati dal fatto che le banche non concedono più così facilmente i prestiti. Ma allora cosa si può fare per risollevare la situazione? Il ministro Maurizio Sacconi, durante la sua partecipazione al convegno dei Giovani imprenditori di Confindustria delle scorse settimane, ha ben pensato di chiedere ai giovani di prendere in considerazione anche i lavori più umili, in quanto possono rappresentare "una crescita della loro responsabilità” e un'attività che potrà essere apprezzata nel dopocrisi dai datori di lavoro, che riconosceranno i meriti di chi ha saputo mettersi in gioco durante la recessione. Sembra insomma che siano i giovani stessi, e non un insieme di circostanze molto più complesse, la causa principale della loro difficile situazione. Ci chiediamo: è possibile che sia davvero così? E se così fosse, come mai l'atteggiamento dei giovani è virato verso questa direzione? Cosa ha minato la loro fiducia e la loro voglia di fare? Diamo un'occhiata ai dati relativi all'occupazione immediatamente precedenti alla crisi e relativi all'anno 20071. Delle persone sotto i 39 anni, vediamo che soltanto il 32% delle donne e il 32 % degli uomini poteva godere di un contratto a tempo indeterminato. Degli altri, il 53% delle donne e il 46% degli uomini era invece assunto con contratti a termine (apprendistato, stagionale, interinale) o come collaboratore, mentre il 15% delle donne e il 22% degli uomini svolgevano la libera professione. La proliferazione dei contratti di lavoro parasubordinato ha dunque contribuito ad una situazione di precarietà tale che, arrivate alla soglia dei quarant'anni, solo la metà delle persone può godere di un lavoro a tempo indeterminato. I dati non sono confortanti, anche perché nel biennio 2004-20052 i contratti a tempo determinato hanno dato origine solo nell'11% dei casi a un contratto a tempo indeterminato. Anche peggio i contratti di collaborazione e le prestazioni occasionali, che originano un lavoro fisso solo nel 5% dei casi. Precarietà sul lavoro e diminuzione del proprio reddito medio: non stupisce che il 68% dei giovani3 percepiscano la propria situazione lavorativa come meno stabile in confronto di quella dei propri genitori.
A questo clima di incertezza non dà certo una mano il sapere che, a fronte di un aumento del debito pubblico di circa 4 punti percentuali, il PIL subirà una significativa contrazione entro la fine dell'anno, con il conseguente aumento dell'onere a carico delle nuove generazioni che pagano già il conto dei baby pensionamenti e dell'emissione consistente dei titoli di stato degli ultimi anni. L'altro punto cruciale riguarda il Welfare italiano: di stampo familiare, il sistema nazionale prevede che la protezione sociale interessi fondamentalmente il capofamiglia, è conservativo e presenta un limitato ricorso al mercato. Il risultato è che per ogni euro speso per chi ha meno di 30 anni in termini di politiche del lavoro, istruzione e incentivi alla famiglia, se ne spendono 3,5 per chi ha più di 65 anni4.
Visto il progressivo invecchiamento della popolazione, come faranno i giovani a far fronte a questo gigantesco conto da pagare? Dal punto di vista contrattuale il professor Vincenzo Galasso, riprendendo la proposta Boeri – Garibaldi, ritiene necessario arrestare la proliferazione dei contratti atipici a favore di un contratto unico a tempo indeterminato, che dovrà prevedere un periodo di prova di 6 mesi seguito da un periodo di inserimento di tre anni per finire con l'assunzione definitiva. Tuttavia, in attesa del dopo crisi o di riforme contrattuali condivise di questo tipo, è necessario favorire da subito o nei prossimi mesi (che saranno ancora segnati dalla crisi) incentivi e modalità di incontro tra imprese e giovani, come nel caso dei Percorsi di Inserimento Lavorativo-PIL. È indispensabile, inoltre, favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro anche con contratti a termine o di apprendistato, consapevoli che le aziende, in momenti di crisi, assumono solo a queste condizioni.
In Francia, il Governo ha varato un piano da 1,3 miliardi di euro a favore dei giovani, mentre in Italia non è stato fatto nulla. Le risorse potrebbero essere recuperate dall'ingente stanziamento fatto a favore dei cassintegrati, di cui le Regioni e il Governo potrebbero dedicare anche solo il 5% a favore dei soggetti più penalizzati dalla crisi, ovvero i giovani. Il 5% degli 8 miliardi stanziati per gli ammortizzatori sociali sarebbero 400 milioni: una bella somma, anche se rappresenta solo un terzo della quota stanziata dal governo francese che pure deve fare i conti con un tasso di disoccupazione giovanile minore di quello italiano.
Il non cogliere queste opportunità potrebbe portare ad un dopocrisi in cui tanti giovani perderebbero treni importanti e in cui la ripresa sarebbe lenta e scarsamente rispondente alle reali forze e risorse intellettuali - rappresentate dai giovani - di cui l'Italia dispone, con il rischio che si crei una “bolla giovanile” di protesta ed un ulteriore ritardo nell'innovazione delle imprese e del Paese.
Calzato da una classe politica e da un sindacato in costante invecchiamento, viene da domandarsi se l'italico Stivale avrà mai la possibilità di essere adeguatamente risuolato.
Viene tuttavia spontaneo spezzare una lancia a favore dei giovani, che raramente possono contare sulla disponibilità di risorse proprie e che sono penalizzati dal fatto che le banche non concedono più così facilmente i prestiti. Ma allora cosa si può fare per risollevare la situazione? Il ministro Maurizio Sacconi, durante la sua partecipazione al convegno dei Giovani imprenditori di Confindustria delle scorse settimane, ha ben pensato di chiedere ai giovani di prendere in considerazione anche i lavori più umili, in quanto possono rappresentare "una crescita della loro responsabilità” e un'attività che potrà essere apprezzata nel dopocrisi dai datori di lavoro, che riconosceranno i meriti di chi ha saputo mettersi in gioco durante la recessione. Sembra insomma che siano i giovani stessi, e non un insieme di circostanze molto più complesse, la causa principale della loro difficile situazione. Ci chiediamo: è possibile che sia davvero così? E se così fosse, come mai l'atteggiamento dei giovani è virato verso questa direzione? Cosa ha minato la loro fiducia e la loro voglia di fare? Diamo un'occhiata ai dati relativi all'occupazione immediatamente precedenti alla crisi e relativi all'anno 20071. Delle persone sotto i 39 anni, vediamo che soltanto il 32% delle donne e il 32 % degli uomini poteva godere di un contratto a tempo indeterminato. Degli altri, il 53% delle donne e il 46% degli uomini era invece assunto con contratti a termine (apprendistato, stagionale, interinale) o come collaboratore, mentre il 15% delle donne e il 22% degli uomini svolgevano la libera professione. La proliferazione dei contratti di lavoro parasubordinato ha dunque contribuito ad una situazione di precarietà tale che, arrivate alla soglia dei quarant'anni, solo la metà delle persone può godere di un lavoro a tempo indeterminato. I dati non sono confortanti, anche perché nel biennio 2004-20052 i contratti a tempo determinato hanno dato origine solo nell'11% dei casi a un contratto a tempo indeterminato. Anche peggio i contratti di collaborazione e le prestazioni occasionali, che originano un lavoro fisso solo nel 5% dei casi. Precarietà sul lavoro e diminuzione del proprio reddito medio: non stupisce che il 68% dei giovani3 percepiscano la propria situazione lavorativa come meno stabile in confronto di quella dei propri genitori.
A questo clima di incertezza non dà certo una mano il sapere che, a fronte di un aumento del debito pubblico di circa 4 punti percentuali, il PIL subirà una significativa contrazione entro la fine dell'anno, con il conseguente aumento dell'onere a carico delle nuove generazioni che pagano già il conto dei baby pensionamenti e dell'emissione consistente dei titoli di stato degli ultimi anni. L'altro punto cruciale riguarda il Welfare italiano: di stampo familiare, il sistema nazionale prevede che la protezione sociale interessi fondamentalmente il capofamiglia, è conservativo e presenta un limitato ricorso al mercato. Il risultato è che per ogni euro speso per chi ha meno di 30 anni in termini di politiche del lavoro, istruzione e incentivi alla famiglia, se ne spendono 3,5 per chi ha più di 65 anni4.
Visto il progressivo invecchiamento della popolazione, come faranno i giovani a far fronte a questo gigantesco conto da pagare? Dal punto di vista contrattuale il professor Vincenzo Galasso, riprendendo la proposta Boeri – Garibaldi, ritiene necessario arrestare la proliferazione dei contratti atipici a favore di un contratto unico a tempo indeterminato, che dovrà prevedere un periodo di prova di 6 mesi seguito da un periodo di inserimento di tre anni per finire con l'assunzione definitiva. Tuttavia, in attesa del dopo crisi o di riforme contrattuali condivise di questo tipo, è necessario favorire da subito o nei prossimi mesi (che saranno ancora segnati dalla crisi) incentivi e modalità di incontro tra imprese e giovani, come nel caso dei Percorsi di Inserimento Lavorativo-PIL. È indispensabile, inoltre, favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro anche con contratti a termine o di apprendistato, consapevoli che le aziende, in momenti di crisi, assumono solo a queste condizioni.
In Francia, il Governo ha varato un piano da 1,3 miliardi di euro a favore dei giovani, mentre in Italia non è stato fatto nulla. Le risorse potrebbero essere recuperate dall'ingente stanziamento fatto a favore dei cassintegrati, di cui le Regioni e il Governo potrebbero dedicare anche solo il 5% a favore dei soggetti più penalizzati dalla crisi, ovvero i giovani. Il 5% degli 8 miliardi stanziati per gli ammortizzatori sociali sarebbero 400 milioni: una bella somma, anche se rappresenta solo un terzo della quota stanziata dal governo francese che pure deve fare i conti con un tasso di disoccupazione giovanile minore di quello italiano.
Il non cogliere queste opportunità potrebbe portare ad un dopocrisi in cui tanti giovani perderebbero treni importanti e in cui la ripresa sarebbe lenta e scarsamente rispondente alle reali forze e risorse intellettuali - rappresentate dai giovani - di cui l'Italia dispone, con il rischio che si crei una “bolla giovanile” di protesta ed un ulteriore ritardo nell'innovazione delle imprese e del Paese.
Calzato da una classe politica e da un sindacato in costante invecchiamento, viene da domandarsi se l'italico Stivale avrà mai la possibilità di essere adeguatamente risuolato.
Irene Raspollini
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RispondiEliminahttp://www.corriere.it/economia/09_settembre_17/economia_futuro_giovani_in_trappola_ferrera_ff556152-a350-11de-a213-00144f02aabc.shtml